Aiutare per crescere: retroscena dall'Africa / by Gionata Smerghetto

IL PRIMO GIORNO DI AFRICA, LA PRIMA VOLTA IN SALA OPERATORIA.

Premetto dicendo che fare un viaggio in Africa è molto difficile. Molto.

Alle sette di mattina a Dakar, in Senegal, il caldo afoso mi fa già capire che sarà una giornata molto dura. In auto si suda al solo pensiero di scendere e camminare sotto il sole già cocente. Dopo un’ora di strada, tra il disordinato traffico del centro e i bambini che attraversano la strada correndo, raggiungiamo l’ospedale principale della città, dove ci attendono per iniziare le prime visite di rito.

Per i bambini affetti da labiopalatoschisi è, probabilmente, l’unica occasione per poter cambiare la propria vita. Si tratta, infatti, di interventi chirurgici molto delicati che soltanto i medici dei paesi più sviluppati possono svolgere con massima cura.

Lungo le strade di Dakar, al mattino.

Sono le otto di mattina, al primo piano dell’ospedale, e di fronte alla porta del medico locale alcune madri attendono il nostro arrivo con occhi pieni di speranza. Alcuni bambini piccoli, stanchi per il digiuno e il caldo, piangono disperati, vorrebbero soltanto riposare. Osservo queste scene in silenzio, qualcosa dentro di me rimbomba al pensiero di quanto sia bello viaggiare in Africa.

Carmela e Suy, anestesiste all’ospedale di Roma, iniziano a visitare i piccoli, sincerandosi che tutto sia in ordine per poterli operare. Anche per Suy è la prima esperienza umanitaria, condivide con me l’ansia e l’entusiasmo di un mondo nuovo. Francesca e Paola iniziano a preparare i ferri nella sala operatoria dove tra poco il Dott. Adenavoli potrà iniziare i primi interventi.

Per loro la missione umanitaria è da anni una missione di vita. Hanno girato mezzo mondo, aiutato bambini e famiglie di moltissimi paesi, con la loro passione mi raccontano tutto il significato di quello che sta succedendo.

La mattina corre velocemente, tra le prime visite e le urla dei bambini che iniziano a sentire la fame. Sono quasi le dodici e Francesca mi fa cenno che è il momento di entrare in sala operatoria. “Sempre se te la senti, non ti obbliga nessuno”.

Nella mia vita non ci son mai entrato, sono sospeso tra una lucida paura e la voglia di mettermi in gioco, ancora una volta. Alcune scelte, a volte le più difficili, sono questioni di attimi. Fisso Francesca negli occhi tre secondi, prendo lo zaino e vado con lei. Senza questa scelta probabilmente non avrei vissuto a pieno tutto ciò.

Mentre indosso il camice verde, nello spogliatoio medico, mi guardo allo specchio e sono fiero di me, sto facendo qualcosa per superare un mio limite, io che fino a pochi mesi fa rischiavo di svenire per un prelievo del sangue.

La giornata è lunga e faticosa, a tratti molto dura per me, che all’interno della sala non ho nessun ruolo se non quello di vivere le emozioni. Sono fin troppe le cose che mi passano per la mente in quel caldo pomeriggio di Dicembre, in una sala operatoria africana. Se un anno addietro avessi potuto pensare di trovarmi qui, non ci avrei scommesso mezzo euro.

La sera, dopo cena, dal terrazzo dell’hotel si intravedono i tetti delle case di Dakar, sta scendendo la notte e il cielo è pieno di stelle. Nella mia testa scorrono attimi infiniti.

Anche oggi ho fatto un passo in più.